La Montagna della Pace

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C’era una montagna, in paese, in cui mi rifugiavo tutte le volte che la paura prendeva il sopravvento. Una montagna in cui nessuno andava mai, perché il sentiero da percorrere per raggiungerla era ripido, e il vento, a causa dell’altezza, si divertiva a sballottolare i corpi come una palla da bowling fa con i birilli contro cui si lancia. Io non avevo mai avuto difficoltà di arrivare fin lì; la mia reale paura era rappresentata dai luoghi affollati, mica da quelli solitari. Tutto ciò che contribuiva a creare una distanza tra me e i giudizi della gente era un posto privo di insidie, per me.

La chiamavano Montagna della Pace, forse perché nessun’altra zona era in grado di donare serenità allo stesso modo, eppure io mi ricordavo di lei solo quando le budella si attorcigliavano e i battiti del cuore sembravano inserire il turbo ai loro motori. Dicevano si trattasse di ansia, io preferivo chiamarla inadeguatezza. Inadeguatezza di stare al mondo. Mi sentivo una vigliacca, soprattutto quando, dopo le lezioni, anziché fare ritorno a casa, mi precipitavo ai suoi piedi col mio pranzo a sacco, come un fedele che non può fare a meno di adorare il suo Dio, a patto che questo esaudisca la sua preghiera. La fissavo e dialogavo con lei, nello stesso modo in cui lo si fa con chiunque possieda una coscienza, ed era proprio l’impossibilità di ricevere una risposta a farmi venire voglia di sputare tutto. I luoghi dell’infanzia non sono rancorosi come le persone, ti accolgono sempre a braccia aperte, anche quando sei stato distante per anni e ritorni ai loro piedi tutto a un tratto, senza uno straccio di spiegazione.

La scalai fino all’ultimo briciolo di energia rimasta, poi divorai il mio panino godendomi il panorama, per rispettare la tradizione. Sentii sensazioni contrastanti farsi largo nello stomaco: il mio eterno rifugio sembrava non avere più nulla da offrire, come se il suo compito fosse finito e dovessi proseguire il mio cammino da sola. Ogni emozione vissuta lì non era altro che un vago ricordo, qualcosa di intangibile che non si sarebbe più fatto vivo. Non fu la mia Montagna ad aver tradito il nostro patto, ero stata io. Io, che con i miei milioni di desideri irrealizzabili ero cambiata al punto da non sentirmi più a casa nemmeno nel luogo in cui, più di tutti, ero riuscita a star bene con me stessa.

Mi allontanai con passo felpato, rivolgendo un ultimo saluto alla mia Montagna, da lontano, come si è soliti fare con quei vecchi amici con i quali si è perso il rapporto confidenziale di un tempo, e allora ci si scambia solo qualche sorriso, mantenendosi a una certa distanza, per evitare eventuali imbarazzi provocati dai silenzi a cui deve sottostare chi non ha più nulla da condividere.

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