“La canzone di Marinella” di Fabrizio De André: quando la cronaca nera diventa musa ispiratrice di musica e poesia

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Spesso, l’azione di associare avvenimenti di cronaca nera a qualcosa di armonioso e nobile come l’arte, ci risulta difficile; eppure molte opere, che siano di carattere letterario, artistico o musicale, hanno preso vita proprio grazie a eventi tutt’altro che positivi.

Una tra queste è La canzone di Marinella, traccia appartenente all’omonimo album di De André.

«Non considero La canzone di Marinella né peggiore né migliore di altre canzoni che ho scritto. Solo che le canzoni si distinguono in fortunate e sfortunate. Probabilmente il fatto che Marinella facesse rima con parole come bella o come stella, l’ha resa più fortunata di altre.» racconta Faber in un’intervista del 1969.

Nel gennaio del 1953, viene ritrovato, tra le sponde del fiume Olona, il cadavere di Maria Boccuzzi. La storia della giovane che, dalla Calabria si trasferì a Milano insieme alla famiglia, in cerca di fortuna, è più attuale di quanto si pensi. Maria, una volta approdata in terra lombarda, si innamora di un giovane e fugge con lui, ma l’amore dura poco. La ragazza diventa una ballerina di varietà, ma a causa di un incontro con l’uomo sbagliato, si ritrova a fare la prostituta. Il suo corpo viene gettato, ancora vivo, nel fiume, dopo aver incassato ben sei colpi di pistola. Una realtà amara, che si scontra con i versi di De André che, anziché dipingere l’uomo come un carnefice, preferisce presentarlo ai nostri occhi come un uomo innamorato, che non accetta il tragico destino della sua amata:

“e lui che non ti volle creder morta

bussò cent’anni ancora alla tua porta.”

Le figure emarginate, considerate inferiori dal resto della società, hanno sempre occupato un ruolo centrale nei brani del cantautore. La canzone di Marinella, proprio come la celebre Bocca di Rosa, ci insegna che una prostituta, prima di essere tale, è una donna con ambizioni e sogni da realizzare, e anche lei ha il diritto di essere amata, nonostante l’ipocrisia tipicamente paesana, la dipinga come una schifosa che ha più clienti di un consorzio alimentare.

«La Canzone di Marinella non è nata per caso, semplicemente perché volevo raccontare una favola d’amore. È tutto il contrario. È la storia di una ragazza che a sedici anni ha perduto i genitori, una ragazza di campagna dalle parti di Asti. È stata cacciata dagli zii e si è messa a battere lungo le sponde del Tanaro e un giorno ha trovato uno che le ha portato via la borsetta dal braccio e l’ha buttata nel fiume e non potendo fare niente per restituirle la vita, ho cercato di cambiarle la morte. Così è nata la Canzone di Marinella, che se vogliamo ha anch’essa delle motivazioni sociali, nascostissime. Ho voluto completamente mistificare la sorte di Marinella. Non ha altra chiave di lettura se non quella di un amore disgraziato; se tu non racconti il retroscena è impossibile che uno pensi che all’origine c’era una gravissima problematica sociale. Certi fatti della realtà, soprattutto quand’ero giovane, mi davano un grande fastidio, allora cercavo di mutare la realtà.»

L’assassino di Maria non è mai stato trovato. La vicenda sarebbe finita nel dimenticatoio, insieme a tanti altri femminicidi, se De André non avesse deciso di trasformare in poesia un gelido caso di cronaca nera. Poesia che si conclude con un meraviglioso verso commemorativo, dedicato a tutte le donne che hanno subìto lo stesso triste destino della giovane Maria, nella fase più bella della loro vita:

“Questa è la tua canzone Marinella,

che sei volata in cielo su una stella

e come le più belle cose vivesti solo un giorno, come le rose.”

 

 

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