È possibile dominare la paura del rifiuto?

Bidone

Chiunque coltivi il sogno di scrivere (e, di conseguenza, vuole tentare una pubblicazione) si ritrova a fare i conti con la paura di ricevere un rifiuto, prima o poi. Ogni essere umano è inevitabilmente passato sotto le grinfie delle terrorizzanti prime volte, e non ci vuole poi chissà quale empatia, per mettersi nei panni di chi deve ancora affrontare ostacoli che noi abbiamo già superato e comprenderne i timori.

Probabilmente, gli autori più navigati che hanno già assaporato il gusto della pressione provocata dalla promozione e da tutto quello che ruota attorno alla pubblicazione di un romanzo, si farebbero una grassa risata, davanti a quello che per me è uno scoglio parecchio difficile da superare: l’invio del manoscritto.

“Tutto qui?”, direbbero i più coraggiosi.
Se mi trovassi davanti a loro, sono certa che punterebbero gli occhi su di me con la stessa tenerezza con cui uno studente universitario guarda un liceale alle prese con l’ansia scaturita dal suo esame di stato.
Peccato che dietro quello scoglio si nascondano migliaia di sensazioni: paura, indecisione, inadeguatezza, timore di non essere all’altezza e un morboso amore per la propria storia, che potrebbe rivelarsi una pericolosa arma a doppio taglio.

Già, perché scrivere un romanzo (o perlomeno provarci) equivale a mettere al mondo una creatura tutta tua, un figlio di carta, e si sa che la vista di un genitore è quasi sempre offuscata dall’amore quella verso il proprio figliolo, ragion per cui non potrà essere obiettivo come vorrebbe. Ed è proprio a causa di quell’amore che un autore, essendo il primo lettore in assoluto di quel manoscritto, dovrebbe essere il primo anche ad adottare un atteggiamento severo verso l’opera, ancora prima di aspirare a un’eventuale pubblicazione. Lo deve alle energie impiegate nella stesura, alle notti insonni, ai pomeriggi trascorsi a revisionare per la millesima volta, fino a provare nausea nei confronti di ogni singola frase. Perché senza quella severità, il margine di miglioramento sarebbe pressoché nullo.

Girovagando sui social e tra i vari forum e blog, nel tentativo di fare chiarezza sulla realtà editoriale, ho avuto modo di leggere varie testimonianze. Ce n’è davvero per tutti i gusti: autori delusi dalle insidie nascoste nei contratti, ritardi eccessivi nei pagamenti delle royalties, ma anche storie a lieto fine di autori che ce l’hanno fatta a pubblicare con CE valide e, addirittura, un autore esordiente che è stato ricontattato da Mondadori (a questo punto, non mi stupirei più di tanto se qualcuno mi dicesse di aver visto un unicorno volante!).

E allora mi chiedo: ma chi me lo fa fare? Perché trascorrere mesi e mesi in attesa di una risposta (che magari non arriverà nemmeno), in balia di tormenti che potrei risparmiare al mio povero cuore? Ne farei volentieri a meno, se solo questo fuoco non bruciasse dentro di me come un bisogno vitale, e non come un capriccio da soddisfare.
I sogni sono un po’ come i sentimenti: a volte vorresti che qualcuno te li strappasse di dosso, come un vecchio abito che comincia a puzzare di marcio, ma non possiedi alcun potere decisionale nei loro confronti, e allora ti tocca tenerteli, così come sono, nonostante siano capaci di lacerarti l’anima, in certe situazioni.

È possibile, dunque, dominare la paura del rifiuto? Chi può dirlo.
Eppure, Seneca non aveva tutti i torti quando disse:

“Anche se il timore avrà più argomenti, scegli la speranza e metti fine alla tua angoscia; considera che la maggior parte degli uomini si arrovella e si agita, sebbene non vi siano mali presenti né certezza di mali futuri.”

E chi siamo noi per contraddirlo?

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Lettera di Umberto Eco a un aspirante scrittore

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Umberto Eco riteneva particolarmente essenziale il ruolo giocato dai cortiletti intellettuali e dal clientelismo nell’invio di manoscritti agli editori, sottolineando che opere come Il nome della rosa o Il pendolo di Focault difficilmente avrebbero visto la luce, senza la sua precedente gavetta sulle riviste degne di nota o in assenza degli scambi di giudizi con i suoi pari.

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Il “decalogo diabolico” di Beppe Severgnini – Dieci errori da non fare quando si scrive

bsevImpadronirsi di tecniche e suggerimenti preziosi per affinare la propria scrittura è importante e doveroso per chiunque nutra il desiderio di diventare autore; quando lo si fa attraverso l’uso dell’ironia, però, persino quelle che vengono comunemente definite “regole” possono diventare piacevoli da leggere o ascoltare. Continua a leggere “Il “decalogo diabolico” di Beppe Severgnini – Dieci errori da non fare quando si scrive”

Il principio dell’iceberg di Ernest Hemingway

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Hemingway amava cominciare la giornata scrivendo, sin dalle prime luci dell’alba. Scriveva in piedi,  davanti a una tavola di legno sulla quale era appoggiata la macchina da scrivere, rimanendo concentrato per ore. Era solito proseguire l’attività fino a mezzogiorno, poi si rilassava nuotando un po’.  Solo dopo essersi assicurato di aver partorito un numero sufficiente di parole, si concedeva una pausa, a dimostrazione che la passione per la scrittura fosse un impegno a tempo pieno, da non trascurare nemmeno nelle giornate meno produttive.

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La suggestiva statua dell’Anonimo, colui che agisce in soccorso di scrittori e studenti universitari in cerca di buon auspicio

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Secondo un’antica leggenda, l’affascinante statua dell’Anonimo scolpita da Miklós Ligeti, che giace all’ingresso del parco del Varosliget, a poche centinaia di metri da Piazza degli Eroi, nel cuore di Budapest; sarebbe un vero e proprio “portafortuna” per gli scrittori (o aspiranti tali) in crisi, e per tutti gli studenti  prossimi a esami decisivi per la loro carriera universitaria.

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Il vestito rosso

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Quando io e Artemisia ci conoscemmo, eravamo alte poco più più di un metro. Il primo dettaglio che, guardandola, rimase impresso nella mia mente, fu il lungo vestito bianco che indossava durante il primo giorno di scuola. Il secondo, invece, fu il nome. Diceva che i suoi genitori l’avessero chiamata in quel modo per far sì che chiunque potesse distinguerla, in mezzo a quel cumulo di ragazzine tutte uguali.

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Impressioni di settembre

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C’è il sole, ma l’afa ha finalmente tolto il disturbo, cedendo il posto ai venticelli di fine estate.

Settembre è arrivato, come sempre, senza chiedere permesso. Si è fatto spazio tra le speranze, i soliti progetti rimandati e, forse, qualche paura.

Da bambina lo temevo, quasi come fosse un giudice al quale avrei dovuto spiegare le ragioni delle mie mancate azioni. Rappresentava quelle mattine tiepide che mi buttavano giù dal letto contro la mia volontà, per poi spedirmi tra i muri grigi e impastocchiati di una classe qualunque, a fingere sorrisi di riflesso a compagni di classe superficiali e fastidiosi.

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